Quando le note del rock si fan pennelate d'arte
Sole. Magliette a manica corta. Minigonne. Infradito. Alla fine l’estate,
nonostante qualche goccia di pioggia, è arrivata davvero. E spesso accade che
estate faccia rima con “musica dal vivo”. I concerti che riempiranno questi
caldi mesi sono veramente tanti, da Ligabue ai Kings of Convenience, da Rod
Stewart a Vinicio Capossela, da Stefano di Battista ai Muse…insomma, ce n’è
davvero per tutti i gusti, ma affrettatevi se volete trovare ancora i biglietti
del vostro artista preferito. Oggi, però, vogliamo parlarvi di un lato un po’
nascosto della musica, una parte poco conosciuta. Niente di misterioso o
pericoloso, sia chiaro, semplicemente oggi vogliamo parlarvi del volto artistico
della musica, un volto che non si specchia solo nel pentagramma musicale, ma lo
supera, se ne libera quasi, cercando nuovi appigli, nuove frontiere nella
scultura, nella pittura, nella fotografia o in altre forme d’arte. Detto così
probabilmente l’argomento non vi dirà nulla, ma non temete, continuate a leggere
e vedrete che la vostra fame di musica sarà ugualmente saziata. Adesso tirate
fuori post-it, agende, matite o iPhone e annotatevi queste parole: “It’s not
only Rock’n’Roll, Baby”. Quello che avete appena scritto è il nome di una
interessante e ben curata rassegna che si terrà alla Triennale Bovisa (Milano)
in collaborazione con 2Roads dal 24 giugno al 26 settembre. La mostra porterà in
scena 12 artisti e il loro amore verso le arti visive, svelando quella parte del
Rock che non trova posto su di un palcoscenico. Dodici artisti, dodici star,
dodici icone del Rock
UN ESERCITO ARTISTICO-MUSICALE
A chi stia pensando che questa mostra sia una manifestazione mal organizzata con
lo scopo solo di fare tanta pubblicità agli artisti impegnati, sfruttando (è il
caso di dirlo) il palcoscenico milanese, vorremmo dire che si sbaglia di grosso.
“It’s not only Rock’n’Roll, Baby” arriva in Italia dopo lo straorindario
successo di pubblico e di critica registrato al Bozar di Bruxelles nel 2008.
Inizialmente nata un po’ in sordina come manifestazione, il tam-tam di giovani e
meno giovani in internet, tra vari blog e social network, nelle ultime settimane
si sta facendo via via più “rumoroso”. A capo di questo silenzioso, ma musicale,
“esercito artistico del Rock” troviamo uno che di musica se ne intende davvero:
Jérôme Sans. E’ lui il curatore della mostra, fondatore ed ex-direttore del
Palais de Tokyo di Parigi, oggi Sans è il direttore del Centro Ullens per l’Arte
Contemporanea di Pechino. Chi meglio di lui poteva creare questo abbraccio tra
musica e arte? Non dimentichiamoci che Jérôme Sans, insieme alla cantante Audrey
Mascina, ha formato il duo Liquid Architecture: gruppo che si distingueva per un
suono elettro-rock molto deciso.
LE SCULTURE DI LUCE DI ALAN VEGA E I DISEGNI “DIVERTENTI” DI SPOONER
Agli inizi degli anni Settanta negli Stati Uniti (e dove se no?) nasceva un
gruppo rock elettro-minimalista che avrebbe lasciato il segno lungo i due
decenni a venire. Alan Vega, al secolo Boruch Alan Bermowitz, era la voce di
questo duo no wave: loro erano i Suicide. Ancor prima di fare musica, già negli
anni ’60, Alan muove i suoi primi passi artistici spinto da un istinto pittorico
particolarmente sensibile al mondo della povertà, alle immagini che coglie nelle
strade della sua città, alla condizione dei senzatetto; tutto questo perchè,
come racconta a lo stesso Jérôme, “per qualche motivo mi identifico con loro,
essendo io stesso il Re dei vagabondi”. Oggi il percorso artistico di Alan
approda alle sculture di luce, con risultati vermente interessanti che meritano
d’essere visti. Altro gruppo in mostra, meglio, altro front-man in mostra è
Casey Spooner che, con l’amico di una vita Warren Fischer, fondò i Fisherspooner:
il duo, secondo Sans, è riuscito a tendere i “limiti dell'arte e della musica
per fornire puro, imperturbabile divertimento”. Spooner nasce e cresce
artisticamente nel teatro sperimentale, si accosta poi alla pittura e i disegni
che verranno esposti in Triennale sono quasi un abbraccio tra le due esperienze:
il tratto pittorico richiama il gesto teatrale, in un risultato che attira
fortemente lo sguardo dell’osservatore, fino a farlo divertire.
PETE DOHERTY DA’ IL SANGUE PER I PROPRI DISEGNI
Vi ricordate il duo musicale CocoRosie delle sorelle Casady, nato nel 2003? Una
delle due, Bianca, porta in scena una serie di pitture, disegni e installazioni
che nascono dai ricordi della stessa artista, dalle immagini della propria
infanzia passata per la maggior parte in una riserva con il padre, indiano
d’America. E come non notare, poi, le fotografie di Patty Smith? La sacerdotessa
“maudit” del Rock ci accompagna in un viaggio intimo e profondo in quegli angoli
di mondo, in quei luoghi ma anche semplici oggetti o volti di persone che
quotidianamente ispirano la sua creatività. Il nome di Pete Doherty, purtroppo,
oggi genera, ai più, un collegamento diretto non alla musica, bensì ai numerosi
scandali che lo hanno colpito. Casi di spaccio e uso di droga, recentemente la
morte misteriosa di un amico, la storia burrascosa con Kate Moss han portato un
po’ di ombra sulla musica dei Babyshambles. Nel suo personalissimo universo
rock, jazz, punk vive un animo crepuscolare molto malinconico che si realizza
nei “famosi” disegni di sangue (se proprio volete saperlo il sangue usato è
proprio quello dello stesso Doherty) che l’artista affianca molto spesso ai suoi
numerosi scritti.
L’ARTE DEI VECCHI LIBRI E DEI COLORI FLUO
Non meno famosi, non meno importanti, ma, soprattutto, non meno bravi sono anche
personaggi come Kyle Field che con i suoi disegni vede un mondo dai colori
leggeri, danzanti, ondeggianti (il suo essere surfista si fa sentire) e linee
sinuose, quasi sensuali, che creano e abbozzano i ricordi dello stesso artista.
Alex Murray-Leslie e Melissa Logan dei Chicks on Speeds lasciano andare la loro
poesia tra le trame di fotografia e video, tra collage e tessuto. I Kills
raccontano, invece, la loro vita, il loro passato di simboli del rock deciso e
forte, genuino e fresco con immagini, video, disegni e giochi, ispirandosi
talvolta alla pop-art di Warhol. Devendra Banhart, emblema della psych-folk,
regala ai visitatori i suoi lavori su carta...ma una carta speciale. Per
lavorare , infatti, sceglie solo i fogli di vecchi libri perchè, come dice lo
stesso artista, “la carta di vecchie pagine di libri è una scelta estetica che,
avendo essi già avuto una lunga storia, mi obbliga ad essere consapevole,
delicato e rispettoso dei materiali". Infine tra le sale dell’esposizione,
accanto a (i non citati precedentemente) Herman Dune e Antony & The Johnsons,
troviamo anche un artista di casa nostra: è Andy dei Bluvertigo che ci dona le
sue opere visionarie, fantastiche, dai colori accesi e “quasi fastidiosi” alla
vista. Opere che ci fanno scoprire ancora una volta, ancora più da vicino,
l’anima di Andy, la sua sensibilità e il suo essere un sognatore ad occhi ben
aperti.